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I POMI DEL GIARDINO DELLE ESPERIDI
...la conquista dell'immortalità...

L'undicesima fatica: Eracle è a un passo dal completamento delle 12 fatiche. Anche questa, come la precedente (i buoi di Gerione), ha a che vedere con i misteri del tramonto, quell'occidente misterioso dove il sole muore ogni sera.

Ecco il racconto mitologico:

Le Esperidi (Egle, Esperetusa e Aretusa), figlie del titano Atlante, erano tre ninfe guardiane di uno splendido giardino, che si trovava ai confini occidentali del mondo conosciuto, in un luogo di cui i mortali non conoscevano l'ubicazione: da alcuni ipotizzata tra i monti dell' Atlante e l'Oceano. Mitologicamente le Esperidi simboleggiavano i doni dei frutti del giardino. Il meraviglioso giardino, infatti - conosciuto anche come "Il frutteto di Hera" custodiva un magnifico albero di frutti d'oro*, che donavano l'immortalità. I rigogliosi frutti crescevano dall'albero che Gaia, la Terra aveva regalato ad Hera nel giorno delle sue nozze con il Padre degli Dei. Hera diede alle ninfe il compito di proteggere e custodire il prezioso albero ed i suoi frutti; anche Ladone, un drago a cento teste che non dormiva mai, aveva il compito di sorvegliare l'albero e lo faceva arrotolandoglisi attorno.

* Il pomo, anche ai nostri giorni, nelle scuole iniziatiche, è il simbolo della conoscenza poichè, tagliandolo in due (nel verso perpendicolare all'asse del peduncolo), vi si trova un pentagramma, tradizionale simbolo del sapere, disegnato dalla disposizione stessa dei semi. Negli anni, dopo diversi studi, si è stati porati a credere che le leggendarie mele d'oro fossero in realtà delle arance, frutti allora sconosciuti in Europa: da ciò deriva il nome dato dai Greci a tutte le specie di agrumi: Hesperidoeide.

(Una curiosità per gli appassionati di mitologia: fu qui che Eris - la dea della discordia – riuscì ad eludere la sorveglianza del terribile drago ed a rubare una delle mele d'oro. Su questa incise la famosa frase "Alla più bella", e si recò quindi al matrimonio tra Peleo e Teti – dove non era stata invitata – lasciando cadere la mela sul tavolo che Zeus aveva allestito per gli sposi, e causando l'inizio della guerra di Troia.)

Proseguiamo con il racconto:

Eracle giunse in Illiria fino al fiume Eridano, patria del profetico dio del mare Nereo, lì incontrò delle ninfe che gli suggerirono di chiedere a Nereo la localizzazione del giardino; il dio si rifiutava, continuando a trasformarsi, mutando forma, ma Eracle lo costrinse, bloccandolo, a rivelargli il modo per impossessarsi delle mele d’oro.

Continuando il viaggio arrivò alla rupe alla quale stava incatenato Prometeo e lo liberò. Anche da lui ebbe precisazioni del posto in cui avrebbe trovato il giardino.

Nereo aveva consigliato a Eracle di non cogliere le mele con le sue mani, ma di servirsi di Atlante. Appena giunto al giardino delle Esperidi, Eracle chiese dunque al titano di fargli questo favore. Atlante, che aveva preso parte alla rivolta dei titani contro gli dei dell'Olimpo, era stato costretto per punizione a sostenere sulle spalle la volta del cielo; egli avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di avere un’ora di respiro, sarebbe dunque andato a prendere le mele ma Ladone gli incuteva paura, allora Eracle uccise il drago (che divenne una costellazione) scoccando una freccia al di sopra del muro del giardino. Poi chinò le spalle per accogliere il peso del globo celeste; Atlante si allontanò e ritornò poco dopo con tre mele colte dalle sue figlie. Il Titano assaporava la gioia della recuperata libertà. “Porterò io stesso le mele a Euristeo”, disse, “se tu reggerai il cielo sulle tue spalle per due o tre mesi ancora”. Eracle finse di acconsentire e chiese ad Atlante di reggere il globo un attimo mentre si fasciava il capo per reggere il cielo più facilmente. Atlante posò a terra le mele e riprese il mondo. Eracle subito raccolse i frutti e si allontanò. Li portò ad Euristeo che non li tenne per sè. Atena provvide a riportarli nel giardino da cui provenivano.

Tutte le fatiche di Eracle, ma le ultime tre in particolare, sono indicative della lotta sostenuta dall'uomo per raggiungere la spiritualizzazione. Non a caso le ultime tre avventure non sono, come le altre nove, collocate in un luogo fisico, geograficamente identificabile, ma in luoghi comunemente proibiti ai mortali.

Nel giardino delle Esperidi conquistare i frutti equivale ad assicurarsi l'immortalità. Ci domandiamo: ma perchè se l'atto è proibito così eroico è il trasgredire? La proibizione non viene dall'alto, ma da noi stessi che ci neghiamo le aspirazioni più elevate. Per progredire, per fare un salto evolutivo bisogna osare; se lo scopo è sublime il risultato non è una colpa, o magari è una 'felix culpa', come quella di Adamo ed Eva che, mangiando il frutto, hanno esplorato piani dell'esistenza allora inimmaginabili ma preziosissimi per arricchirci di esperienze e progredire.

Il frutto è un simbolo potente: un microcosmo che possiede , in potenza, un'infinita capacità generativa. Non a caso anche nel Genesi si parla di un frutto. Lì nel paradiso terrestre però gli alberi sono due: l'Albero della Vita e quello della Conoscenza del bene e del male. Là tutto era ancora da svolgersi; Eracle, cioè la nostra umanità, ha invece già mangiato quel frutto che provocò la nostra discesa nel mondo della pesantezza; egli ha già conosciuto la follia della dimenticanza, ha già usato la violenza, ha già provato la rabbia provocata dal dolore di sentirsi divisi.

Non dimentichiamo che le 12 fatiche a cui si sottopone sono esattamente un modo per ritrovare MEMORIA DI SE', per uscire da quello stato di divisione che lo ha portato, all'inizio della sua vita, ad usare male la forza di cui era dotato.

Lo scopo dell'eroe, e nostro, è quello di ricollegarci all'albero della Vita, di ritrovare quell'immortalità che non vuol dire vivere per sempre sulla terra; IMMORTALITA' E' UNO STATO DI COSCIENZA.

Possiamo parlere di due conoscenze: la 'distintiva' che ci separa dal tutto e la 'unitiva' che pacificandoci ci ricollega. Per ora siamo nella divisione, ma aspiriamo alla riunificazione.

Eracle, per trovare il luogo dove crescono i frutti dell'immortalità, ha bisogno dell'aiuto di tre personaggi: Nereo, Prometeo e Atlante.

Primo incontro: Nereo, dio del mare e indovino, gli sguscia tra le mani perchè ha il potere di trasformarsi. Eracle non si fa ingannare dai continui mutamenti; ormai conosce i trucchi della mente che continuamente prova a distogliere la nostra attenzione dagli scopi che ci prefiggiamo. La capacità di Nereo di predire il futuro rappresenta invece la parte sacra della mente, quella collegata alla Mente universale, non soggetta all'apparenza e alla divisione, quindi divina. E' il Nereo in lui che gli indica di contattare Prometeo per liberarsi dagli ultimi attaccamenti e di non cogliere lui le mele ma di servirsi di Atlante; poi vedremo perchè.

Ecco quindi il secondo incontro: Prometeo che, incatenato ad una rupe, ogni giorno sopportava che un'aquila gli divorasse il fegato. Eracle lo libera e si fa spiegare la strada per il giardino. La colpa di Prometeo era quella di aver portato il fuoco agli uomini, sottraendolo alla custodia degli dei, sfidando il loro divieto. Quel fuoco rappresentava per l'umanità una possibilità di crescita, ma fu pagata duramente. La rupe a cui è incatenato Prometeo è simbolo del peso della materia che dobbiamo portare una volta incarnati. Prometeo è la parte titanica di Eracle, quindi anche la nostra, bloccata e consumata proprio dal nostro bisogno di volare alto, purtroppo inquinato dall'orgoglio spesso legato al gesto eroico; ecco perchè quello che fu il mezzo (l'ardire) diviene l'ostacolo (il pensare alto deve essere puro, altrimenti la parte di me che rappresenta il coraggio, cioè il fegato, è destinata ad essere divorata). Liberare lui è come vincere la schiavitù del peso di esistere e insieme una presa di coscienza dell'importanza dell'umiltà.

Terzo incontro: Atlante che regge sulle spalle la volta celeste. Appare come una punizione ma ha in sè qualcosa di sacro. Il cielo in realtà tocca la terra; l'aria inizia dove finisce il solido. Perchè i bambini lo rappresentano sempre come una striscia orizzontale in alto? Per lo stesso motivo per cui il mito immagina che ci sia un divisorio, in questo caso un titano, tra terra e volta celeste. Ci sentiamo separati, e forse lo siamo...sicuramente restiamo così finchè non ci è dato, per qualche attimo, di dare una sbirciata a ciò che c'è oltre il tangibile. Non siamo ancora pronti per entrare in quello stato di coscienza...e comunque non a lungo! Eracle ha superato i confini del sole al tramonto ed è approdato nell'isola rossa, sebbene protetto dalla coppa d'oro di Helios; invece non mette piede nel giardino delle Esperidi! Solo una sua freccia arriva lì. Manda Atlante a prendere i frutti dell'immortalità. Ovviamente Atlante è una parte di lui ma ha a che fare con sfere più elevate, ancora distanti per lui, essere divino sì, ma incarnato, soggetto ad altre leggi. Per un breve lasso di tempo prova cosa si sente a reggere la volta celeste sulle spalle, sente il peso di quel qualcosa al di sopra di lui, al di sopra di tutto, un peso umanamente insostenibile, ma non solo perchè impegnativo! Restare lì al posto di Atlante vorrebbe dire non completare la propria missione: deve finire il suo lavoro, compiere tutte le fatiche che gli spettano, 'arare la Terra' con i buoi rossi della precedente fatica.

Avrà i frutti d'oro, ma per poco. Dovranno fare ritorno al luogo sovrumano da cui provengono. Euristeo non li vuole: l'ego inferiore ha paura di ciò che non comprende. Il Sè superiore, Atena, rimette in ordine le cose. Eracle, l'eroe, ha ormai introiettato la preziosità di quei frutti: ha sperimentato il 'trasumanar'. Si accinge a compiere l'ultima prova con la coscienza di sapere cosa c'è oltre l'umano percepire. Sa perchè ha visto.

MEDITAZIONE CON I COLORI
I tre colori complementari (viola , verde e arancione) per immaginare un giardino incantato e un albero dai frutti d'oro, che danno l'immortalità.


Patrizia Favorini

I pomi del giardino delle Esperidi I pomi del giardino delle Esperidi I pomi del giardino delle Esperidi
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